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CHI MUORE DI PARTO? di Roberto Amici

Chi muore di parto? Di Roberto Amici

5 morti ravvicinate di partorienti hanno indotto media e politici ad intrecciare notizie, commenti, supposizioni, polemiche. Certo tutte legittime, alcune fondate, molte altre quanto meno imprecise. Con non poche “code” maldestre sui “punti nascita”. Il risultato rischia di produrre una informazione confusa. Partirei dai dati.

Il primo lapalissiano: di parto muoiono le donne. Ma, come è altrettanto ovvio, si tratta di una tragedia familiare e di un fenomeno di grande rilevanza sociale.

Il secondo.... 

continua in seconda pagina (clic sul titolo)

Con quale frequenza? Prenderei dati antecedenti ai fatti di cronaca, per non rischiare interpretazioni non oggettive. L’ISS (Istituto Superiore di Sanità) aveva messo a confronto (Bollettino Epidemiologico Nazionale n. 6 del giugno 2015)  i dati ISTAT (flussi “correnti” di dati) sulla mortalità (diretta e indiretta) da parto (anni 2006-2012) con rilevazioni più specifiche (studio “ad hoc”) e, pur correggendoli al rialzo, aveva verificato per quegli anni una mortalità del 9,8 per 100000 nati vivi. Un dato questo effettivamente a livello di Francia e Regno Unito (dati ufficiali). La rilevazione è poi proseguita su 6 Regioni dal 1°febbraio 2013 al 31 gennaio 2015 trovando una mortalità del 7,7 per 100000 nati vivi. E’ (ed era prima degli eventi mortali recenti) in corso una ulteriore rilevazione dell’ISS con l’aggiunta di altre due Regioni che consentirà l’osservazione precisa del fenomeno sul 79% della popolazione nazionale.  Purtroppo le Marche, per motivi che non so, non partecipano al progetto.

Ora alcune questioni e, nei casi in cui è possibile, delle risposte.

1)    E’ possibile comprendere subito dinamiche e cause dei 5 casi recenti? Ovviamente no, anche se opinionisti improvvisati emettono giudizi sommari. Con possibili vantaggi sulle tirature e sui dati di ascolto, ma nessuno sulla verità.

2)    I 5 casi possono rientrare in una concentrazione statisticamente possibile nel breve termine pur nel complesso dei dati di mortalità nazionale rilevati? 39 sono state le morti fra il 2013 e il 2015 (numero assoluto, rispetto al dato del 7,7 per 100000 nati vivi) e, quindi, i 5 casi rappresentano una sequenza anomala in tempi brevi ma possibile; comunque solo i dati complessivi annuali potranno farne capire il “peso” reale. 

3)    Ha senso inviare ispettori da parte dell’autorità ed annunciare subito “nuovi protocolli”, nuove “Linee-guida” come ha fatto la ministra? Il senso degli ispettori appare solo di rassicurazione frettolosa (e di consenso?) verso l’opinione pubblica proprio per l’impossibilità rapida anche degli ispettori di chiarire i meccanismi (strutturali? dis/organizzativi? di risorse? di competenze? dei servizi ospedalieri? individuali? dei percorsi diagnostico-terapeutici territoriali? errori e/o negligenze?....). E perché nuovi “protocolli” allora? Non sembra proprio che la ministra conosca la differenza fra Linee-guida (modalità condivise dalla comunità e dall’evidenza scientifica da considerare “ideali”), Percorsi diagnostico-terapeutici (modalità che applicano in sede locale le linee guida adattandole al contesto e alle risorse locali) e i Protocolli (azioni operative in sequenza rigida che si applicano soprattutto a sperimentazione e ricerca, mentre un termine più adatto a livello professionale è quello di Procedura: si tratta comunque di strumenti che definiscono il modo più appropriato per rendere meno variabili alcuni degli atti elementari di cui sono costituite i diversi e spesso complessi processi sanitari).

4)    Le morti degli ultimi giorni sono avvenute in piccoli ospedali non attrezzati, in cui erano assenti le competenze derivanti dai fatidici “almeno 500 parti l’anno”? Verona (l’Ospedale di San Bonifacio), il S. Anna di Torino, Bassano del Grappa (Ospedale San Bassiano), Brescia e Foggia (in quest’ultimo caso il decesso è accaduto per la verità in casa). La risposta è ovviamente no. “Questi” casi sicuramente non hanno nulla a che vedere con il numero dei parti/anno. Ciò significa allora che  il criterio dei 500/parti come esperienza minima per la sicurezza delle partorienti (e dei neonati) sia fallace? No. Ma vediamo di approfondirne il senso e le implicazioni.

5)    Il limite dei 500/parti per anno per struttura ha senso? Che l’esperienza sia del singolo operatore che dello staff della struttura sia un elemento importante per la sicurezza del paziente non c’è dubbio e, quindi, che siano individuati standard di riferimento è importante. E’ ovvio che tanto maggiore competenza/esperienza ha l’operatore tanto più è garantito il cittadino. Ciò vale certo per l’esperienza nei punti nascita ma anche in emodinamica, in chirurgia, in radiologia, in ortopedia, in oncologia ecc. Con due precisazioni necessarie. 

a)     La prima, strettamente tecnicaaltrettanto perentoria per la sicurezza del paziente.  Lo standard di “almeno 500 parti/anno” deve essere associato ad altri requisiti che non posso elencare per esteso (al completo sono reperibili nel “Manuale dei punti nascita” dell’Agenas – Agenzia Nazionale Servizi Sanitari del novembre 2012). Ne indico solo alcuni: certificazione di competenze, addestramento, fabbisogno del personale ai fini della sicurezza e della qualità delle cure; di informazione adeguata ai cittadini e di supporto per l’allattamento al seno e della loro partecipazione ai processi decisionali; della valutazione dei bisogni e dei percorsi pianificati di cura; del controllo puntuale di morbilità e co-morbilità; della valutazione anche dei bisogni psico-socio-assistenziali; del controllo del dolore; delle fasi del travaglio e del parto; delle indicazioni appropriate al parto cesareo e molto molto altro ancora. Per sapere se i requisiti necessari per la sicurezza delle partorienti sono tutti posseduti (e non solo la fatidica barriera dei 500) sarebbe necessario che si riprenda il percorso dell’accreditamento (che non può essere una autocertificazione) fatto da una agenzia davvero indipendente dalla Regione.

b)    La seconda osservazione. Le reazioni alla chiusura dei punti nascita nascono anche dal mancato, preventivo, graduale processo comunicativo/informativo nei confronti dei cittadini (Il Manuale sopra citato invece è stato condiviso e scritto insieme anche alle Associazioni dei cittadini). E’ la stessa umana reazione che molti hanno nel veder chiudere punti di erogazione di vario tipo (dai Laboratori ai Punti di primo intervento), senza essere stati informati e senza aver visto le concrete alternative poste in essere. Carenze comunicative ma anche di decisioni sincroniche con i cambiamenti attuati.

6)    Qualche chiosa finale: abituati a spot ultraveloci o a slogan pubblicitari (anche politici) facciamo ormai fatica ad approfondire le questioni. Anche su un tema così delicato come le morti da parto. Con il rischio di giudicare senza comprendere e, peggio ancora, decidere (parlo di chi ha titolo per farlo) senza aver compreso. Perché non parlare allora, assieme alla chiusura dei punti nascita, dell’eccesso di cesarei nella nostra Regione (fra le più alte in Italia?). Chi scrive propone che anche su altri temi (le reti cliniche, l’eccesso di linfomi nell’area API, la partecipazione dei cittadini, la scelta dei managers, il ruolo dell’Agenzia Regionale Sanitaria e molto altro) si cominci ad usare di più la ragione e molto meno l’improvvisazione  o, peggio ancora, il decisionismo familistico.

 

 

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